Sab 12 Aprile: “Aisha Burns” (Usa)

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Aisha Burns è cresciuta e adesso canta da sola. Molti se la ricorderanno forse per essere stata la violinista dei BALMHOREA, ma con il debut Life In The Midwater – uscito via Western Vinyl, la stessa etichetta del gruppo di provenienza, ma anche un ottimo biglietto da visita all’interno del panorama alt. folk statunitense – la cantante e polistrumentista texana ha finalmente deciso di mostrare le proprie doti di singer/songwriter. E che doti, verrebbe da aggiungere. Non solo per quella splendida voce cristallina infusa di ascendenze gospel, ma anche e soprattutto per la qualità delle canzoni: se il disco si colloca, giocoforza, all’interno del più classico female-folk a marca U.S.A., tutti i brani si caratterizzano per coesione e sostanza, nonché per una padronanza compositiva e tecnica che probabilmente convincerà anche coloro che potrebbero considerare questo esordio soltanto come uno spin-off dall’esperienza con i Balmorhea. A detta della stessa Burns, l’album è stato una sorta di auto-analisi, in cui le canzoni hanno costruito un cammino che mescola fragilità e sofferenza, ma anche dubbi e insicurezze di chi si trova a un bivio. L’elemento autobiografico, dunque, c’è e si sente, a cominciare da Sold, uno degli episodi più riusciti e toccanti. In quanto a sonorità, il brano mette in luce tutti i presupposti del disco: in primo luogo, l’intreccio tra archi e chitarra acustica, e poi una voce che rimane sempre al centro della scena, svelando ora accenti black, ora spiritual, vero veicolo di trasmissione di quel sostrato emotivo che permea tutto l’album. Non è un caso che, oltre ai grandi nomi del genere – Gillian Welch, una delle influenze espressamente dichiarate, ma anche Joan Baez e Carole King -, si senta la suggestione di una black music – Nina Simone in testa – che riecheggia ad esempio in Discerpo, brano in cui il crescendo corale tra organo e chitarra elettrica mette in mostra l’eccezionale versatilità interpretativa della Burns. La stessa che emerge anche in Midwater e Mine To Bear, ottimi esempi di un folk oscuro ed essenziale sempre teso alla ricerca di quel focus viscerale ed intenso che costituisce l’anima di Life In The Midwater, come sottolineano altri notevoli episodi acustici quali Shelly e Gatekeeper. La melodia in dissolvenza di Nothing che chiude il disco, diventa il suggello di un lavoro intenso e personalissimo, che pur rifacendosi ad una tradizione musicale ampiamente esplorata, è in grado di mostrare tutte le qualità di una nuovissima autrice. Una musicista che ci auguriamo possa trovare spazio accanto alle sue stesse fonti d’ispirazione.

 

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